80 voglia di sbattere la testa al muro
07/11/2009, 6:02 pm
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In questo pigro sabato pomeriggio Viennese, ho trovato una buona chicca sul Tube.

è il 1984, loro sono tra i più incredibili califfi che abbiano mai camminato sul pianeta terra. Qui li vediamo in uno scenario bucolico e autunnale intenti per lo più a trattare male un giornalista musicale un po’ cretino, nonché, ma non in questo frammento particolare (vi consiglio di guardarvi i due related videos dalla stessa trasmissione), suonare in duo acustico.


Jimmy e Roy, oltre a fumare sigarette e ad essere dei tipi tosti, ad un certo punto buttano lì una frecciata maligna contro la musica di quegli anni “fatta col computer” (se avete qualcosa da ridire ricordatevi che stiamo parlando di due divinità della chitarra in un momento in cui l’hit dell’anno era “Girls Just Wanna Have Fun”).

Comunque, la vera pepita è la seguente: verso la fine del video potete gustarvi la risposta piccata di dei Depeche Mode (fa quasi ribrezzo scrivere questo nome maledetto in un post che contiene “harper” e “page”) pressoché imberbi.
In realtà si potrebbe trattare anche di signore vittoriane che prendono il tè, suore che parlano male della superiora, frustrate esponenti del pubblico in studio di “amici”.

Giochiamo a trova le differenze.

Il Vento



Akron Family
05/11/2009, 2:41 pm
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4 Novembre 2009
B72 – Vienna

Era pure ora che scrivessi su questo blog, non trovate? E che cazzo. Ho deciso di farlo proprio adesso, in un freddo e macabro novembre mitteleuropeo, lontano dalla controversa Roma.

Distrutto dalla mia vita dissoluta, ero piuttosto indeciso riguardo al recarmi o meno allo show: il mercoledì sera è impegnativo, come sapete, e i miei amici locali hanno tutti agilmente dribblato la mia amichevole proposta.
Ma dopo una zuppa gulash in scatola scaldata al microonde, ecco che ho ricevuto l’ispirazione: andare! Sono saltato in modo littorio su una bicicletta gentilmente offerta dal  socialdemocratico comune di Vienna e, appena prima dell’ibernazione,  sono arrivato al B72, un pittoresco ambiente situato proprio sotto all’U-bahn (dove ogni treno fa tremare tutto), giusto in tempo per gustare alcuni brani degli Slaraffenland.
Un Jameson costa 7 euro, e la dose elargita potrebbe essere contenuta in un Mon Cheri ferrero: per questo ho accompagnato la serata con cascate di birra Goesser (una pils low-cost locale).

Gli Slaraffenland sono cinque ragazzi danesi di dimensioni abbastanza ridotte: indossano magliette aderenti con sopra delle ossa e jeans a calzamaglia, zompettano come saltimbanchi, hanno dei baffi ironici, cantano spesso in coro come dei marinai ubriachi (appunto) danesi, e indugiano volentieri sull’utilizzo di tromba e trombone. Fortunatamente gli Slaraffenland sanno scrivere un pezzo prog e sono degli ottimi musicisti: questo rende ciò che potrebbe essere archiviato come una ingenua versione nordeuropea dei Man Man piuttosto godibile. Aggiungo che, e qui so bene che alcuni colleghi dissentiranno, il fatto che le loro voci mi ricordino in qualche modo gli Xtc non è del tutto negativo.

A questo punto sono alla terza Goesser, e quei maledetti hippie rilassati degli Akron/Family iniziano a montare un palco pieno di panni peruviani, ammenicoli tra cui annoveriamo Kazu, corni, flauti dolci, nonché una specie di interno di tenda apache dietro alla batteria. Il chitarrista, appena prima di togliersi un maglione con fantasia di Lama ed indossare una fascetta da Björn Borg mi chiede, con voce da training autogeno buddista, come sto.
“Meravigliosamente, e tu?””
“Meravigliosamente”.
è un buon inizio.

Quest’estate all’Init me li sono persi (fortunatamente però ho potuto leggere la recensione su Nerds Attack, che è sempre sempre un po’ come essere lì di persona), ma li avevo visti un numero imprecisato di anni fa alla Locanda Atlantide, quando Devendra Banhart era “strano” e a Roma impazzivano ancora  tutti per i Killers: internet era sensibilmente meno diffuso, e i tempi impiegati dalla nostra stampa musicale nel tradurre e copiaincollare pitchfork media erano allora un po’ più lunghi.
Ebbene, quell’anno gli Akron/Family erano in quattro, e mi avevano sedotto con un ritorno al folk (ai tempi ancora non trito e ritrito) che mischiava melodie tradizionali e rumorismi pazzi (se non sbaglio ai tempi hanno addirittura eseguito una toccante “silent night” a cappella, senza microfono). Quanti ricordi!
Oggi gli Akron Family sono in tre. Presumo che qualche altro anno a Williamsburg li abbia temprati nello spirito: la lieta notizia è che in questi anni gli Akron Family, pur non abbandonando le bizzarrie elettroniche e qualche occasionale ritorno alla pastoralità,  sono approdati all’elettricità e alla psichedelia, suonando superbamente, e senza farsi troppi problemi: il comune denominatore rimane il “viaggio” verso un mondo fatto di barbe, droga, sofà morbidi, assoli giganteschi, fumo colorato, fiori e lane esotiche.
L’impressione, peraltro, a è che si tratti di gente a cui non frega un cazzo di niente. Il prodigioso bassista-percussionista-cantante è ad esempio un ometto panciuto con mullet, barba e scarpe da trekking. Non fanno il soundcheck, e quando un fan glielo fa notare rispondono “fattelo tu il soundcheck”. Gli Akron/Family non hanno niente da dimostrare.

Buoni quindici minuti consecutivi di concerto, dopo un’introduzione variegata (quando suonano piano sono a brevi tratti praticamente Crosby Stills & Nash, ma poi subentrano subito drumbeat assassini e voci distorte),  sono stati dedicati al riffaggio selvaggio. Avendo finito la quarta birra e le sigarette, non mi resta che dimenarmi selvaggiamente in prima fila insieme a tre austriaci pazzi (una di loro in effetti è di sesso femminile e in mise discinta). Ad un certo punto, per spirito di emulazione ho gridato “su le mani”, e dubito che qualcuno abbia recepito il mio messaggio di amore e fratellanza in lingua Romanza. Hanno chiuso di nuovo in modo quieto, infischiandosene del bis (che in effetti è sempre un tantino fuori luogo dopo concerti omogenei e intensi come questo).

A fine concerto ho disquisito di vini pregiati col batterista ed alcuni altri austriaci pazzi, dei quali nessuno ha condiviso la mia teoria sulla supremazia assoluta del vino Italiano. E non so bene cosa mi abbia spinto ad acquistare una fascetta per capelli degli Akron/Family (forse il signor Goesser?), fatto sta che verso l’una di notte ero fuori dal locale ed avevo freddo e mi è tornata utile. Ho chiesto un Bratwurst in un chiosco turco, e mi è stato dato un Frankfurter. La frustrazione si è estinta nella ghiottoneria e, concluso il pasto con un sonoro rutto, oplà! Un agile balzo sulla mia bicicletta pubblica e ho preso la via di casa con la mia ridicola fascetta degli Akron Family. Sono caduto un paio di volte, e nonostante il dolore acuto che provo in svariate congiunture sono tuttora soddisfatto della dose di psichedelia assunta.

Attenzione: il 19 novembre verranno anche a Roma (nuovamente alla locanda atlantide), e secondo me non dovreste perderveli. Se il vostro cervello non provvede da se alla produzione di endorfine il mio consiglio è di drogarvi almeno un po’.

Viele grüße,

Il Vento.



Introduzione
14/01/2009, 4:46 pm
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In questo momento mi trovo negli Stati Uniti ancora per qualche giorno: quando esco all’aperto per fumare una sigaretta il fumo si ghiaccia e le dita assumono un colorito violaceo, che dopo qualche minuto ha del macabro. In queste circostanze mi sono trovato davanti ad un bivio: stare a casa e fare cose, o uscire di casa e diventare blu ed immobile per sempre come i mammuth. Ho quindi deciso finalmente, dopo mesi di chiacchiere e distintivo, di aprire Beholder, il cui scopo principale sarà quello di comunicare roba e parlare di cose.

1. In particolare siamo interessati a castigare le forze del male, che di questi tempi nelle mie terre natìe (i.e., l’imperitura città di Roma) imperversano: per questo ben presto entreranno a far parte del club entità benigne di ogni tipo, un bianco concilio di coraggiosi, pronti a scandagliare lo scibile umano.
2. La seconda nostra grande missione consiste nell’incentivare le attività dei nostri concittadini in un ambito che ci è particolarmente caro: quello della musica (in particolare rock, sperimentale, alternativo, o no). Faremo anche questo, con un occhio di riguardo per chi è in grado di chiamarsi fuori da un’ottica provinciale e autoreferenziale: Roma è una grande città e merita gente migliore per un underground migliore.
3. Parleremo anche di altro, perché, nonostante sia un campo in cui siamo attivi, crediamo che la musica, oggigiorno, non sia alta cultura, contrariamente a quanto il pretenzioso snob musicale voglia farci credere. La dura realtà ci ha insegnato che Morrissey non basta a rendere le persone interessanti.

Ben presto inizieremo inoltre ad uploadare musica più o meno bizzarra, divertente, o difficile da trovare, per chi è interessato.
Per ora passo e chiudo, vado a prendermi un caffè brodoso e a scaldarmi un bagel.

Odino Enea Drago